Il primo colloquio psicologico: da dove iniziamo
Chiedere un primo colloquio psicologico significa, spesso, arrivare con una domanda, una difficoltà o una sensazione difficile da mettere a fuoco. Non è necessario avere già le idee chiare: parte del lavoro del primo incontro consiste proprio nel comprendere insieme cosa sta succedendo e di cosa hai bisogno.
Uno spazio di conoscenza reciproca
Il primo colloquio psicologico è innanzitutto uno spazio di conoscenza reciproca. Non si tratta semplicemente di raccontare la propria storia mentre il professionista ascolta in silenzio: durante l'incontro intervengo, faccio domande, restituisco ciò che emerge e insieme iniziamo a dare una forma più chiara alla situazione che ti ha portato a chiedere aiuto.
Il consenso informato e l'inizio del percorso
All'inizio del percorso presento il Modulo per il Consenso Informato, attraverso il quale condividiamo in modo chiaro come funziona il lavoro psicologico, quali sono le caratteristiche dell'intervento e quali sono i rispettivi ruoli all'interno del percorso.
Per me, iniziare un percorso significa prima di tutto costruire un accordo reciproco: non soltanto capire se posso essere la professionista adatta alle tue esigenze, ma anche permetterti di capire se il mio modo di lavorare è quello che stai cercando.
Credo infatti che scegliere lo psicologo sia una decisione importante e che non esista un professionista universalmente adatto a ogni persona o a ogni situazione.
Conoscere la persona, non soltanto il problema
Nel primo colloquio esploriamo il contesto della persona: la situazione attuale, le relazioni, il lavoro, gli interessi personali, le esperienze significative e gli aspetti della vita che possono aiutare a comprendere ciò che sta accadendo.
Passiamo poi alla difficoltà che ti ha portato a chiedere aiuto, cercando di comprendere non soltanto che cosa sta succedendo, ma anche come lo stai vivendo e quale significato assume nella tua esperienza.
Il passato può essere importante ma non sempre è necessario ripercorrere tutta la propria storia. Lo esploriamo nella misura in cui può aiutarci a comprendere il presente e orientarci alle possibilità future: le modalità con cui vivi le situazioni, la tonalità emotiva dell'esperienza, le relazioni, le aspettative e i significati che attribuisci a ciò che ti accade.
Il lavoro è quindi fortemente orientato al presente e al futuro: comprendere ciò che sta succedendo oggi e individuare insieme possibilità concrete per affrontarlo e costruire un modo diverso di stare nelle proprie esperienze.
Un colloquio attivo e partecipato
Il colloquio psicologico non è un'ora in cui devi semplicemente parlare mentre io ascolto.
La mia esperienza clinica mi porta a lavorare attraverso un confronto attivo e partecipato. Faccio domande, approfondisco alcuni aspetti, metto in relazione ciò che emerge e, quando è utile, restituisco alla persona una lettura di quello che stiamo osservando insieme.
Questo non significa avere risposte preconfezionate o applicare uno schema uguale per tutti. Al contrario, significa costruire il lavoro a partire dalla persona che ho davanti.
Come avviene il cambiamento in psicoterapia?
Il cambiamento non avviene soltanto durante il colloquio. La ricerca sulla psicoterapia, anche attraverso il modello della torta di Lambert, mostra come il miglioramento dipenda da diversi fattori: non solo dalle tecniche utilizzate in seduta, ma anche dalle caratteristiche della persona, dalla relazione terapeutica e, in misura importante, dagli eventi e dalle esperienze che si verificano nella vita quotidiana.
I fattori del cambiamento (Modello di Lambert)
Risorse personali, eventi ed esperienze vissute nella vita quotidiana
Alleanza clinica, empatia, fiducia, ascolto attivo e collaborazione
Fiducia nel cambiamento e motivazione ad affrontare la difficoltà
Modello cognitivo-neuropsicologico e strategie di intervento
Per questo, nel mio approccio, il lavoro non si limita a una nuova riflessione su ciò che accade o a una maggiore consapevolezza dei propri vissuti. La comprensione è importante ma diventa realmente trasformativa quando può tradursi in una variazione concreta nel modo di affrontare le situazioni, di stare nelle relazioni e di fare esperienza di sé.
Quando iniziamo un percorso, può quindi capitare che tra un colloquio e l'altro ti proponga di sperimentare qualcosa nella tua quotidianità. Si tratta di individuare e attivare esperienze capaci di interrompere alcuni automatismi, mettere alla prova modalità diverse e creare condizioni nuove da cui possa svilupparsi il cambiamento.
Non sono “compiti a casa” standardizzati, uguali per ogni persona, né esercizi da completare semplicemente perché fanno parte di un protocollo. Le esperienze che propongo vengono pensate in relazione alla tua storia, alla situazione che stai vivendo e agli obiettivi del percorso.
Possono consistere, per esempio, nell'osservare più attentamente ciò che accade in una determinata situazione, affrontare gradualmente qualcosa che tendi a evitare, sperimentare un modo diverso di comunicare o introdurre una variazione concreta nelle tue abitudini.
Il loro scopo non è aggiungere attività alla tua giornata ma permettere che ciò che comprendiamo insieme possa essere verificato e trasformato nella vita reale. Il percorso psicologico, infatti, non si esaurisce nell'ora trascorsa in studio: il cambiamento prende forma anche attraverso le esperienze che facciamo fuori dallo studio e attraverso il modo in cui queste modificano, passo dopo passo, ciò che pensiamo, sentiamo e facciamo.
Un percorso costruito insieme
Il primo colloquio non deve essere una prova da superare e non è necessario arrivare sapendo esattamente cosa dire. È un primo momento per capire cosa ti sta succedendo, cosa stai cercando e quale tipo di percorso può essere più utile per te. Da qui possiamo decidere insieme come proseguire.
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